geopolitica

Introduzione

Per comprendere le guerre del XXI secolo non è sufficiente osservare il conflitto nel momento in cui esplode. Una guerra raramente nasce da una sola causa: quasi sempre è il risultato della sovrapposizione di interessi economici, rivalità territoriali, ideologie, identità nazionali e religiose, competizione per le risorse, vuoti di potere, interferenze delle potenze esterne e fallimenti diplomatici.

Il Novecento e i primi decenni del Duemila mostrano con particolare evidenza questa dinamica. Dalle due guerre mondiali alla Guerra fredda, dalla nascita di Israele alle guerre arabo-israeliane, dalla rivoluzione iraniana all’invasione dell’Iraq, dalla guerra civile siriana alla destabilizzazione della Libia, fino alla competizione contemporanea nel Mediterraneo allargato, il sistema internazionale è stato attraversato da una costante lotta per il controllo degli spazi strategici.

Il Medio Oriente rappresenta probabilmente il caso più emblematico di questa sovrapposizione di fattori. La dissoluzione dell’Impero ottomano, la formazione di nuovi Stati, il colonialismo europeo, la questione palestinese, la competizione tra potenze regionali, il ruolo degli Stati Uniti e della Russia, la centralità energetica del Golfo Persico e, più recentemente, il confronto tra Iran, Israele, Turchia e diverse potenze arabe hanno prodotto un sistema geopolitico estremamente complesso.

Ma esiste un’altra regione che l’Europa, e soprattutto l’Italia, non può considerare separatamente: il Nord Africa.

Libia, Tunisia, Algeria, Marocco ed Egitto costituiscono infatti una fascia geopolitica direttamente collegata alla sicurezza italiana. A questi Paesi occorre aggiungere il Sahel, perché terrorismo, traffici illegali, instabilità politica, pressione migratoria, cambiamento climatico, competizione per le risorse e presenza di potenze esterne hanno progressivamente reso meno netta la separazione tra Mediterraneo, Nord Africa e Africa subsahariana.

Secondo analisi recenti, Mediterraneo, Nord Africa e Sahel devono essere considerati sempre più come un unico sistema strategico interconnesso.

In questo scenario l’Italia possiede una caratteristica che pochi altri Stati europei possono vantare: la posizione geografica, le relazioni storiche con il Mediterraneo, la capacità diplomatica, la presenza energetica, l’appartenenza all’Unione europea e alla NATO e una tradizionale esperienza nel dialogo con i Paesi della sponda meridionale.

La domanda, dunque, non è soltanto perché scoppiano le guerre.

La domanda strategicamente più importante è un’altra:

può l’Italia contribuire concretamente a prevenirle o a creare le condizioni per la stabilizzazione del Mediterraneo e del Nord Africa?

La risposta è sì, ma soltanto se l’Italia riuscirà a trasformare la propria posizione geografica da semplice vulnerabilità a vera risorsa geopolitica.

1. Perché scoppiano le guerre?

La storia internazionale dal 1900 a oggi dimostra che non esiste una causa universale della guerra.

Esistono invece alcune categorie ricorrenti.

1.1 Territorio

Il controllo del territorio costituisce una delle cause più antiche dei conflitti.

Frontiere contestate, territori occupati, accesso al mare, controllo di corridoi strategici e rivendicazioni nazionali possono trasformarsi in conflitti armati.

Il territorio, inoltre, non ha soltanto un valore geografico.

Può significare:

  • accesso alle risorse;
  • profondità strategica;
  • controllo delle rotte commerciali;
  • prestigio nazionale;
  • sicurezza militare;
  • controllo delle popolazioni;
  • accesso a porti e infrastrutture.

1.2 Risorse naturali

Petrolio e gas hanno avuto un’importanza enorme nella geopolitica del XX e XXI secolo.

Ma ridurre le guerre al semplice controllo del petrolio sarebbe un errore.

Le risorse energetiche diventano realmente strategiche quando si combinano con altri fattori: posizione geografica, infrastrutture, rotte marittime, rivalità regionali e interessi delle grandi potenze.

Il Medio Oriente rappresenta il principale esempio storico.

Il Golfo Persico non è soltanto un’area ricca di idrocarburi: è un punto di passaggio fondamentale per l’economia mondiale.

2. La Prima guerra mondiale: nazionalismo, alleanze e competizione imperiale

La Prima guerra mondiale costituisce il primo grande laboratorio geopolitico del Novecento.

Le cause furono molteplici:

  • nazionalismo;
  • rivalità imperiali;
  • militarizzazione;
  • competizione economica;
  • sistema delle alleanze;
  • crisi balcaniche;
  • declino degli imperi multinazionali.

L’attentato di Sarajevo del 1914 fu il detonatore, non la causa unica.

Questa distinzione è fondamentale.

Un sistema internazionale già caratterizzato da tensioni profonde può trasformare un evento locale in una guerra generale.

È una delle principali lezioni che la geopolitica contemporanea dovrebbe ricordare.

3. La dissoluzione dell’Impero ottomano e la nascita del Medio Oriente contemporaneo

La Prima guerra mondiale ebbe conseguenze enormi sul Medio Oriente.

La sconfitta dell’Impero ottomano determinò la fine di una struttura imperiale che, pur con tutte le sue contraddizioni, aveva governato per secoli una vasta parte della regione.

Nel dopoguerra le potenze europee ridisegnarono gli equilibri regionali.

Francia e Regno Unito assunsero un ruolo determinante nei nuovi assetti politici.

Il risultato fu la formazione o il consolidamento di nuovi Stati e nuove frontiere.

Questo passaggio è fondamentale per comprendere la geopolitica contemporanea del Medio Oriente.

Tuttavia, sarebbe storicamente semplicistico sostenere che tutti i problemi odierni derivino esclusivamente dalle frontiere disegnate dalle potenze coloniali.

Le società mediorientali possedevano già proprie divisioni politiche, religiose, etniche e tribali.

Il problema fu piuttosto l’interazione tra queste fratture preesistenti e la nuova architettura statale imposta o favorita dalle potenze esterne.

La complessità della formazione del moderno Medio Oriente continua a essere oggetto di dibattito storico; tra i fattori fondamentali vengono generalmente considerati la dissoluzione ottomana, il colonialismo, il nazionalismo arabo, la questione palestinese e la successiva competizione tra potenze regionali ed esterne.

4. La Seconda guerra mondiale

La Seconda guerra mondiale dimostra ulteriormente che una guerra può essere il risultato di un sistema di crisi accumulatesi nel tempo.

Tra i fattori principali vi furono:

  • il revisionismo tedesco;
  • il nazionalismo radicale;
  • l’ascesa del nazismo;
  • le conseguenze economiche e politiche della crisi del 1929;
  • l’insoddisfazione tedesca per il sistema di Versailles;
  • l’espansionismo giapponese;
  • l’aggressività italiana;
  • la debolezza della sicurezza collettiva;
  • la politica di appeasement.

L’invasione della Polonia nel 1939 fu l’evento che fece precipitare definitivamente la crisi europea nella guerra mondiale, ma le tensioni erano maturate molto prima.

La lezione è ancora una volta evidente:

la guerra raramente nasce il giorno in cui viene dichiarata.

La guerra nasce spesso durante gli anni nei quali le istituzioni non riescono a risolvere le controversie.

5. La Guerra fredda: quando le guerre diventano indirette

Dopo il 1945 il mondo entrò in una nuova fase.

Stati Uniti e Unione Sovietica evitarono un confronto militare diretto su larga scala, ma trasformarono numerosi conflitti locali in teatri della competizione globale.

Corea, Vietnam, Afghanistan, Medio Oriente, Africa e America Latina furono attraversati dalla contrapposizione tra blocchi.

Questo produce un altro elemento fondamentale della geopolitica:

una guerra locale può essere alimentata da interessi globali.

Il conflitto non riguarda più soltanto gli attori presenti sul terreno.

Entrano in gioco:

  • finanziamenti;
  • armi;
  • intelligence;
  • addestramento;
  • propaganda;
  • diplomazia;
  • sanzioni;
  • sostegno politico.

È un modello che continua a esistere anche nel XXI secolo.

6. La nascita di Israele e il conflitto arabo-israeliano

Il Medio Oriente rappresenta il punto nel quale quasi tutte le principali categorie geopolitiche si sovrappongono.

La nascita dello Stato di Israele nel 1948 determinò una trasformazione radicale degli equilibri regionali.

Alla questione della sicurezza dello Stato israeliano si affiancò quella palestinese.

Da allora il conflitto ha attraversato numerose fasi:

  • guerra del 1948;
  • crisi di Suez;
  • guerra dei Sei Giorni;
  • guerra dello Yom Kippur;
  • conflitti in Libano;
  • prima e seconda Intifada;
  • guerre e operazioni militari a Gaza;
  • crescente competizione regionale.

Il conflitto non può essere interpretato esclusivamente come una guerra religiosa.

Esistono componenti:

  • territoriali;
  • nazionali;
  • identitarie;
  • militari;
  • demografiche;
  • diplomatiche;
  • strategiche.

La religione costituisce un fattore importante, ma non esaurisce la spiegazione.

7. Petrolio e potere: il Golfo Persico

La centralità del petrolio ha modificato profondamente la politica internazionale.

Gli Stati del Golfo hanno acquisito una straordinaria importanza economica e strategica.

Parallelamente, le grandi potenze hanno sviluppato un interesse crescente alla sicurezza delle rotte energetiche.

Questo ha contribuito a trasformare il Medio Oriente in uno dei principali teatri della competizione internazionale.

Il problema energetico, tuttavia, non riguarda soltanto il petrolio.

Nel XXI secolo assumono crescente importanza:

  • gas naturale;
  • infrastrutture energetiche;
  • cavi sottomarini;
  • reti elettriche;
  • porti;
  • terminali LNG;
  • oleodotti e gasdotti;
  • energie rinnovabili;
  • terre rare e minerali strategici.

La geopolitica dell’energia è quindi passata dalla semplice domanda “chi possiede il petrolio?” a una domanda molto più ampia:

chi controlla le infrastrutture che consentono all’energia di arrivare ai mercati?

8. La rivoluzione iraniana e la nascita di un nuovo equilibrio regionale

La rivoluzione iraniana del 1979 rappresentò un’altra svolta.

L’Iran divenne progressivamente uno dei principali protagonisti della competizione mediorientale.

La rivalità tra Iran e Arabia Saudita, la posizione di Israele, il ruolo della Turchia e quello degli Stati Uniti contribuirono alla formazione di un sistema regionale caratterizzato da molteplici centri di potere.

Il Medio Oriente contemporaneo non può quindi essere letto semplicemente attraverso il confronto tra Israele e mondo arabo.

È un sistema multipolare.

9. La guerra Iran-Iraq

La guerra Iran-Iraq del 1980-1988 dimostrò quanto la competizione regionale potesse assumere dimensioni devastanti.

Il conflitto fu determinato dall’intreccio di:

  • rivalità territoriali;
  • paura della rivoluzione iraniana;
  • competizione regionale;
  • interessi delle potenze esterne;
  • controllo delle risorse;
  • equilibrio politico del Golfo.

Ancora una volta, una guerra non può essere spiegata da un solo fattore.

10. La guerra del Golfo e la trasformazione del sistema internazionale

Nel 1990 l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq determinò una nuova grande crisi.

La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti intervenne per ristabilire l’ordine territoriale.

La guerra del Golfo rappresentò uno dei momenti nei quali il potere americano apparve dominante.

Ma quella vittoria non risolse le contraddizioni strutturali della regione.

11. L’11 settembre e la trasformazione della sicurezza internazionale

Gli attentati dell’11 settembre 2001 cambiarono radicalmente la percezione della sicurezza.

Il terrorismo internazionale divenne una priorità strategica per Stati Uniti ed Europa.

La risposta americana portò alla guerra in Afghanistan e, successivamente, all’invasione dell’Iraq.

La guerra in Iraq del 2003 rappresenta un passaggio decisivo per comprendere la crisi mediorientale contemporanea.

La caduta di Saddam Hussein eliminò un regime autoritario, ma la destabilizzazione delle istituzioni irachene contribuì alla formazione di nuove dinamiche di conflitto.

Da quel vuoto politico emersero, negli anni successivi, condizioni favorevoli alla crescita di gruppi estremisti.

La lezione strategica è importante:

abbattere un regime non equivale necessariamente a costruire un nuovo ordine politico.

12. La Primavera araba

Il 2011 rappresentò un’altra svolta.

Le proteste della Primavera araba furono alimentate da fattori diversi:

  • disoccupazione;
  • autoritarismo;
  • corruzione;
  • aumento dei prezzi;
  • aspirazioni democratiche;
  • mancanza di opportunità;
  • crisi sociale;
  • frustrazione delle giovani generazioni.

In alcuni Paesi la transizione fu relativamente ordinata.

In altri si trasformò in guerra civile.

La Siria e la Libia sono gli esempi più significativi.

13. La guerra in Siria

La guerra siriana dimostra come un conflitto interno possa rapidamente trasformarsi in una guerra internazionale.

Nel teatro siriano hanno interagito:

  • governo siriano;
  • opposizioni;
  • organizzazioni jihadiste;
  • Russia;
  • Iran;
  • Turchia;
  • Stati Uniti;
  • Israele;
  • diversi attori regionali.

La Siria è diventata quindi un esempio di “guerra per procura”, nella quale soggetti diversi sostengono direttamente o indirettamente attori locali.

14. La Libia: il conflitto più importante per la sicurezza italiana

Per l’Italia, tuttavia, il caso geopoliticamente più importante è probabilmente la Libia.

La caduta del regime di Mu’ammar Gheddafi nel 2011 non è stata seguita dalla costruzione di un’autorità statale sufficientemente forte e condivisa.

Il risultato è stato un lungo processo di frammentazione politica e militare.

La Libia presenta contemporaneamente:

  • posizione strategica nel Mediterraneo;
  • importanti riserve energetiche;
  • prossimità geografica all’Italia;
  • fragilità istituzionale;
  • presenza di milizie;
  • traffici illegali;
  • pressione migratoria;
  • competizione internazionale;
  • interesse di potenze regionali.

Per l’Italia la Libia non rappresenta quindi una questione di politica estera lontana, è una questione di sicurezza nazionale.

15. Il Mediterraneo non è più una semplice frontiera geografica

La geopolitica contemporanea ha progressivamente trasformato il Mediterraneo in un unico spazio strategico.

La crisi del Medio Oriente produce conseguenze sul Mediterraneo.

L’instabilità del Nord Africa produce conseguenze sull’Europa.

Il conflitto nel Sahel produce conseguenze sul Nord Africa.

Le crisi energetiche producono conseguenze sui mercati europei.

Le migrazioni producono conseguenze politiche.

La criminalità organizzata e i traffici internazionali sfruttano le stesse rotte.

Il Mediterraneo, dunque, deve essere considerato come una rete.

Non come una linea.

Analisi strategiche recenti sottolineano proprio la crescente interconnessione tra Mediterraneo, Nord Africa e Sahel.

16. Il Sahel: il problema che l’Europa non può più ignorare

Il Sahel rappresenta uno dei principali elementi di instabilità dell’Africa contemporanea.

La regione è interessata da:

  • terrorismo jihadista;
  • colpi di Stato;
  • debolezza istituzionale;
  • povertà;
  • cambiamento climatico;
  • conflitti locali;
  • traffici transnazionali;
  • competizione internazionale.

L’instabilità tende inoltre a diffondersi oltre le frontiere.

Studi recenti sulla violenza politica africana evidenziano proprio l’importanza delle aree di confine e dei processi di diffusione transnazionale dei conflitti.

Questo significa che la sicurezza del Mediterraneo meridionale non può essere separata dalla stabilità dell’Africa subsahariana.

17. Perché l’Italia è particolarmente esposta

L’Italia presenta una posizione geografica unica.

È il Paese europeo più vicino a una parte significativa del Nord Africa.

La Sicilia costituisce una piattaforma naturale nel Mediterraneo centrale.

Da questa posizione derivano contemporaneamente opportunità e vulnerabilità.

Tra le principali questioni strategiche vi sono:

Sicurezza energetica

L’Italia ha sviluppato importanti rapporti energetici con i Paesi del Nord Africa e del Mediterraneo orientale.

La diversificazione delle forniture energetiche ha rafforzato la centralità dell’Africa mediterranea nella politica estera italiana. L’Italia ha cercato di consolidarsi come hub energetico dell’Europa meridionale, rafforzando i rapporti con i fornitori nordafricani e dell’Est Mediterraneo.

Migrazione

La posizione geografica italiana rende il Paese uno dei principali punti di ingresso verso l’Unione europea.

Terrorismo

L’instabilità del Nord Africa e del Sahel può creare spazi favorevoli alle organizzazioni terroristiche.

Criminalità organizzata

Traffico di esseri umani, droga, armi e altre attività criminali possono sfruttare le medesime fragilità territoriali.

Sicurezza marittima

Porti, rotte commerciali, infrastrutture energetiche e cavi sottomarini sono diventati elementi strategici.

Competizione delle potenze esterne

Russia, Cina, Turchia, Stati Uniti e potenze regionali cercano di consolidare la propria influenza in Africa e nel Mediterraneo.

18. Il Piano Mattei e la possibile strategia italiana

L’Italia ha cercato di costruire una propria risposta attraverso il Piano Mattei per l’Africa.

La logica di fondo è particolarmente interessante perché tenta di superare un approccio esclusivamente emergenziale.

L’Africa non dovrebbe essere considerata soltanto attraverso la lente della migrazione.

Dovrebbe essere vista come:

  • partner economico;
  • partner energetico;
  • partner industriale;
  • partner tecnologico;
  • partner per la sicurezza;
  • interlocutore politico.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire una relazione nella quale anche i Paesi africani abbiano un interesse concreto alla stabilità.

Analisi recenti descrivono il Piano Mattei come un tentativo di riportare la dimensione africana al centro della politica estera italiana, con particolare attenzione a energia, migrazione e cooperazione economica.

19. Il limite del solo approccio migratorio

Uno degli errori strategici più pericolosi sarebbe considerare il Nord Africa esclusivamente attraverso il problema migratorio.

La migrazione è spesso un sintomo.

Non è necessariamente la causa.

Se in un Paese esistono:

  • disoccupazione;
  • instabilità politica;
  • conflitti;
  • povertà;
  • cambiamenti climatici;
  • assenza di servizi;
  • criminalità organizzata;

la pressione migratoria può aumentare.

Controllare la frontiera senza intervenire sulle cause profonde significa quindi affrontare soltanto una parte del problema.

La stessa Unione europea sta progressivamente adottando un approccio più ampio nel Mediterraneo, comprendente economia, energia, sicurezza, gestione delle frontiere, criminalità organizzata, cybersecurity e contrasto ai trafficanti.

20. Che cosa potrebbe fare concretamente l’Italia?

La risposta non dovrebbe essere militare in senso tradizionale.

L’Italia non possiede la massa economica o militare degli Stati Uniti e non può sostituirsi alle grandi potenze.

Ma può esercitare una forma diversa di potere:

il potere di connessione.

l’Italia infatti può diventare un intermediario tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente.

21. Una diplomazia italiana del Mediterraneo

L’Italia potrebbe promuovere una vera e propria piattaforma diplomatica mediterranea permanente.

Non una semplice serie di incontri occasionali, ma una struttura stabile che coinvolga:

  • Italia;
  • Francia;
  • Spagna;
  • Grecia;
  • Malta;
  • Egitto;
  • Libia;
  • Tunisia;
  • Algeria;
  • Marocco;
  • Stati del Golfo;
  • Turchia;
  • istituzioni europee.

L’obiettivo dovrebbe essere creare un sistema di consultazione permanente.

22. La Libia come primo banco di prova

Una strategia italiana credibile dovrebbe partire dalla Libia.

Non necessariamente cercando di imporre una soluzione politica dall’esterno.

Piuttosto favorendo:

  1. unificazione istituzionale;
  2. sicurezza delle frontiere;
  3. integrazione economica;
  4. gestione delle risorse energetiche;
  5. rafforzamento delle istituzioni;
  6. cooperazione giudiziaria;
  7. contrasto alla criminalità organizzata;
  8. sviluppo delle infrastrutture;
  9. formazione delle forze di sicurezza;
  10. progressiva riduzione della dipendenza dalle milizie.

L’Italia potrebbe utilizzare contemporaneamente diplomazia, cooperazione economica, intelligence, formazione e strumenti europei.

L’operazione europea IRINI nel Mediterraneo continua inoltre a rappresentare uno degli strumenti della politica di sicurezza europea connessi al teatro libico; la sua autorizzazione è stata recentemente riconfermata fino al 2027.

23. Energia come strumento di pace

L’energia potrebbe diventare uno degli strumenti più importanti della diplomazia italiana.

Gas, elettricità e rinnovabili possono trasformare il rapporto tra Europa e Nord Africa.

Il modello potrebbe essere:

risorse africane → investimenti italiani ed europei → infrastrutture → produzione → occupazione locale → esportazione → crescita economica → maggiore stabilità.

Non si tratta soltanto di importare energia.

Si tratta di costruire valore economico direttamente nei Paesi produttori.

24. La nuova geopolitica dell’elettricità

Nei prossimi decenni il Mediterraneo potrebbe diventare uno dei grandi laboratori mondiali delle energie rinnovabili.

Il Nord Africa dispone di enormi potenzialità solari ed eoliche.

L’Europa dispone invece di:

  • capitale;
  • tecnologia;
  • domanda energetica;
  • infrastrutture;
  • mercato.

L’Italia può trovarsi al centro di questa relazione.

La cooperazione europea sta già includendo iniziative per energia rinnovabile, reti elettriche e tecnologie pulite nel Mediterraneo.

25. L’Italia come hub energetico europeo

La posizione geografica italiana consente di immaginare un modello nel quale il Paese non sia soltanto consumatore di energia.

L’Italia potrebbe diventare:

hub energetico, industriale e logistico del Mediterraneo.

Questo avrebbe conseguenze geopolitiche enormi.

Più infrastrutture significano:

  • maggiore interdipendenza;
  • maggiori investimenti;
  • maggiore interesse alla stabilità;
  • maggiore capacità diplomatica italiana.

La sicurezza energetica, quindi, può diventare uno strumento di politica estera.

26. Il ruolo dell’intelligence

La prevenzione delle guerre non può dipendere esclusivamente dalla diplomazia tradizionale.

Serve capacità di previsione.

L’intelligence dovrebbe monitorare:

  • instabilità politica;
  • radicalizzazione;
  • movimenti delle milizie;
  • traffici;
  • terrorismo;
  • disinformazione;
  • sicurezza energetica;
  • migrazioni;
  • cyberattacchi;
  • infrastrutture critiche;
  • movimenti finanziari;
  • interferenze straniere.

Il vero obiettivo dovrebbe essere anticipare la crisi.

Non reagire quando la crisi è già esplosa.

27. La cybersecurity nel Mediterraneo

La nuova guerra non è necessariamente combattuta con carri armati.

Un attacco contro:

  • rete elettrica;
  • porto;
  • aeroporto;
  • banca;
  • sistema sanitario;
  • infrastruttura energetica;
  • cavo sottomarino;

può produrre effetti paragonabili a quelli di un’operazione militare tradizionale.

Il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile perché ospita infrastrutture essenziali per le comunicazioni e l’approvvigionamento energetico europeo.

La cooperazione mediterranea dovrà quindi comprendere anche la cybersecurity.

28. L’Italia non può agire da sola

Questa è una delle condizioni fondamentali.

L’Italia può avere un ruolo di primo piano, ma non può risolvere unilateralmente i problemi del Nord Africa.

La sicurezza mediterranea riguarda:

  • Unione europea;
  • NATO;
  • Nazioni Unite;
  • Paesi nordafricani;
  • Stati del Golfo;
  • Turchia;
  • Stati Uniti.

La strategia italiana dovrebbe quindi essere nazionale nella definizione degli interessi, europea nella capacità economica e multilaterale nella legittimazione politica.

29. Il rapporto con Francia e Spagna

Francia, Spagna e Italia condividono una particolare esposizione mediterranea.

Ma hanno interessi non sempre coincidenti.

La Francia possiede una storia e una presenza particolarmente forte nell’Africa francofona e nel Sahel.

La Spagna ha una posizione privilegiata nei confronti del Maghreb e dell’Atlantico.

L’Italia dispone di una posizione particolarmente forte nel Mediterraneo centrale e nei rapporti con Libia ed Egitto.

Una cooperazione strutturata tra i tre Paesi potrebbe aumentare enormemente il peso dell’Europa meridionale all’interno dell’Unione europea.

30. Italia e NATO: il fianco sud

Anche la NATO considera il Mediterraneo e il Medio Oriente parte integrante della propria sicurezza.

Nel 2026 Roma ha ospitato un importante seminario della NATO Parliamentary Assembly dedicato al Mediterraneo e al Medio Oriente, nel quale è stata ribadita l’interconnessione tra stabilità del fianco sud e sicurezza dell’Alleanza.

Questo rafforza una posizione italiana di fondo:

la sicurezza europea non può essere concepita soltanto guardando a est.

Esiste anche un fronte meridionale.

Per l’Italia, questo fronte è immediatamente geografico.

31. Il Medio Oriente e il rischio di contagio mediterraneo

Ogni grande crisi mediorientale può produrre conseguenze in Europa.

Possibili effetti:

  • aumento del prezzo dell’energia;
  • interruzione delle rotte commerciali;
  • crisi migratorie;
  • radicalizzazione;
  • terrorismo;
  • cyberattacchi;
  • polarizzazione politica;
  • instabilità dei mercati;
  • aumento della spesa militare.

Nel 2026 le istituzioni dei Paesi mediterranei hanno esplicitamente collegato le crisi del Medio Oriente alla sicurezza energetica, economica, marittima e migratoria dell’area mediterranea.

32. La grande strategia italiana: trasformare la periferia in centro

La vera opportunità italiana consiste nel modificare la prospettiva.

Per troppo tempo il Mediterraneo è stato considerato la periferia dell’Europa.

Dal punto di vista italiano dovrebbe essere esattamente il contrario.

Il Mediterraneo è il centro geografico che collega:

Europa – Africa – Medio Oriente – Atlantico – Indo-Mediterraneo.

L’Italia occupa una posizione straordinaria all’interno di questo spazio.

33. Un possibile “Piano Mediterraneo” italiano

L’Italia potrebbe sviluppare una strategia nazionale articolata in dieci pilastri.

1. Diplomazia

Creazione di un forum permanente Italia-Mediterraneo.

2. Energia

Integrazione delle reti energetiche nordafricane ed europee.

3. Infrastrutture

Porti, ferrovie, interconnessioni elettriche e cavi digitali.

4. Sicurezza

Cooperazione contro terrorismo e criminalità organizzata.

5. Intelligence

Scambio strutturato di informazioni e analisi predittiva.

6. Migrazione

Gestione delle rotte attraverso cooperazione con i Paesi di origine e transito.

7. Economia

Investimenti italiani nelle filiere produttive africane.

8. Formazione

Università, scuole professionali e formazione delle pubbliche amministrazioni.

9. Tecnologia

Cybersecurity, intelligenza artificiale, telecomunicazioni e tecnologie energetiche.

10. Mediazione

Rafforzamento del ruolo italiano nei processi diplomatici regionali.

34. La vera prevenzione delle guerre

La prevenzione non significa soltanto evitare che qualcuno spari.

Significa ridurre progressivamente gli incentivi alla guerra.

Un Paese che possiede:

  • istituzioni funzionanti;
  • occupazione;
  • infrastrutture;
  • energia;
  • commercio;
  • accesso ai mercati;
  • istruzione;
  • cooperazione internazionale;

ha generalmente più strumenti per gestire le crisi senza ricorrere alla violenza.

La geopolitica contemporanea dovrebbe quindi essere interpretata anche come politica della resilienza.

35. Il limite dell’approccio militare

La forza militare rimane indispensabile in determinate circostanze.

Ma non può risolvere da sola:

  • disoccupazione;
  • corruzione;
  • fragilità istituzionale;
  • rivalità tribali;
  • conflitti identitari;
  • povertà;
  • assenza di servizi;
  • radicalizzazione.

La sicurezza militare deve essere accompagnata dalla sicurezza economica, energetica, alimentare, digitale e istituzionale.

36. La grande lezione del Novecento

Osservando oltre un secolo di guerre emerge un principio fondamentale.

Le guerre diventano più probabili quando contemporaneamente esistono:

instabilità + interessi strategici + vuoto di potere + competizione internazionale + fallimento diplomatico.

Se manca uno di questi elementi, la guerra può essere evitata.

Se tutti si combinano, il rischio aumenta drasticamente.

Questo schema può essere applicato alla Prima guerra mondiale, alla Seconda guerra mondiale, alla Guerra fredda, al Medio Oriente, alla Siria e alla Libia.

37. La sfida del XXI secolo

Il XXI secolo presenta una caratteristica diversa rispetto al Novecento.

Non esiste più una semplice contrapposizione bipolare.

Il mondo è diventato multipolare.

Gli Stati Uniti rimangono una potenza globale.

La Cina ha aumentato enormemente il proprio peso economico e strategico.

La Russia mantiene capacità militari e influenza internazionale.

La Turchia esercita una crescente proiezione regionale.

L’Iran è un attore fondamentale del Medio Oriente.

Le monarchie del Golfo hanno acquisito una crescente autonomia strategica.

L’India sta aumentando il proprio peso.

L’Africa sta diventando progressivamente più importante.

Questo rende il sistema internazionale più difficile da prevedere.

38. La posizione che l’Italia potrebbe assumere

L’Italia non deve necessariamente aspirare a diventare una grande potenza militare globale.

Potrebbe invece costruire una potenza mediterranea di tipo nuovo.

Una potenza fondata su:

  • diplomazia;
  • energia;
  • commercio;
  • infrastrutture;
  • intelligence;
  • tecnologia;
  • cultura;
  • cooperazione;
  • capacità militare;
  • appartenenza europea e atlantica.

Sarebbe una forma di potere molto più coerente con la posizione geografica e le capacità economiche italiane.

39. Conclusioni

La storia delle guerre dal 1900 a oggi dimostra che i conflitti non sono quasi mai spiegabili attraverso una sola causa.

Il nazionalismo può essere decisivo.

La religione può diventare un elemento mobilitante.

Le risorse possono generare competizione.

Il territorio può rappresentare una questione esistenziale.

Le grandi potenze possono alimentare conflitti locali.

La povertà può favorire instabilità.

La debolezza dello Stato può creare vuoti di potere.

Ma la guerra diventa realmente probabile quando questi fattori si sovrappongono e la diplomazia non riesce più a governarli.

Il Medio Oriente costituisce il caso più evidente di questa dinamica.

Il Nord Africa rappresenta invece la regione nella quale l’Italia possiede la possibilità concreta di esercitare una maggiore influenza.

La vicinanza geografica non deve essere considerata soltanto una vulnerabilità.

Può diventare un vantaggio strategico.

L’Italia dispone infatti di una combinazione particolare di elementi: posizione geografica, esperienza diplomatica, rapporti energetici, capacità industriale, appartenenza all’Unione europea e alla NATO e una naturale proiezione verso il Mediterraneo.

L’obiettivo non dovrebbe essere quello di “risolvere” unilateralmente le crisi nordafricane.

Sarebbe irrealistico.

L’obiettivo dovrebbe essere più ambizioso e, allo stesso tempo, più concreto:

diventare il principale facilitatore europeo della stabilità mediterranea.

Ciò significa contribuire alla stabilizzazione della Libia, rafforzare i rapporti con Tunisia, Algeria, Egitto e Marocco, sviluppare partenariati energetici, investire nelle infrastrutture africane, contrastare terrorismo e criminalità organizzata, migliorare la gestione delle migrazioni, rafforzare la cooperazione tecnologica e costruire un sistema permanente di dialogo diplomatico.

La prospettiva strategica più interessante è quindi quella di trasformare il Mediterraneo da frontiera di crisi a spazio di cooperazione.

Ed è proprio in questo passaggio che potrebbe trovarsi il vero ruolo dell’Italia nella geopolitica del XXI secolo.

Non una potenza che pretende di comandare il Mediterraneo.

Ma una potenza capace di connettere Europa, Africa e Medio Oriente e di trasformare la propria posizione geografica in capacità diplomatica, economica e strategica.

Questa potrebbe essere la più realistica ambizione geopolitica italiana dei prossimi decenni.

Avv. Davide Guarnera
Studio Legale Guarnera – Palermo

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About the Author: Avv. Davide Guarnera

Articolo a cura dell’Avv. Davide Guarnera, avvocato del Foro di Palermo e professionista attivo nel diritto civile e condominiale. Lo Studio offre inoltre un servizio professionale di amministrazione di condomìni a Palermo e provincia, fondato su trasparenza, competenza e attenzione alle esigenze dei condòmini.
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Avv. Davide Guarnera – Studio Legale Guarnera a Palermo

Lo studio legale Guarnera offre consulenza specializzata in diritto civile, amministrativo e internazionale, con un’attenzione particolare alla gestione condominiale. professionalità, esperienza e un approccio su misura per privati e aziende